martedì 14 aprile 2009

Disordine continuo che crea un ordine che impressiona...

Padre Aldo ci scrive anche oggi e ci testimonia come si sta di fronte al dolore:

Cari amici, Susanna è una donna sola, ammalata di cancro, ricoverata nella mia clinica. Vive notte e giorno pregando. La sua vita è piena di letizia, certa com’è che Cristo le vuole bene. La sua storia è dolorosissima. Otto anni fa un aereo mentre tentava di atterrare all’aeroporto di Asuncion, è caduto sopra la sua casa. Il bilancio: suo marito, i suoi cinque figli più quattordici parenti, uccisi sul colpo e bruciati nel disastro.

Da quel momento per Susanna il vuoto, la solitudine si sono aperti in modo spaventoso davanti ai suoi occhi. Piano paino ritrovò nella fede le certezze, quelle certezza che in questo momento tutti abbiamo bisogno che ci permettono di rispondere come Marta, la sorella di Lazzaro, il morto che già puzzava, alla domanda di Gesù: “Tuo fratello non è morto, ma vive. Credi tu questo?”. E lei: “Sì Signore io credo”. Vederla lì nel letto, piena di pace mentre il cancro la consuma, con il rosario in mano non può non farmi toccare con mano cos’è la fede, la speranza e la carità. Il dolore per lei non è mai stato obiezione a Cristo, ma il cammino ad una familiarità con Cristo che riempie di pace. Un segno inconfondibile del Mistero.

Ippolito è una di quelle sorprese della Provvidenza che mai mi lasciano tranquillo. Dio è l’imprevisto. E la realtà ne è la manifestazione. Dio rompe, rompe sempre … per cui tu che lo segui, poi rompi, rompi a tutti, che non capiscono. E la realtà è la sua voce, è la modalità con cui rompe …

Domenica della Palme. I tre “fraticelli”, uno dei quali per il peso un “fratone”, sono in cucina alle 7.15 del mattino, dopo le preghiere, a prendersi un caffè. Dopo cinque minuti ognuno con gli indumenti sacri è pronto per la processione. Bussano alla porta: è la polizia. Sorpreso domando: “Cercate Padre Paolino, il comico della casa?”. “No padre, cerchiamo lei”. “Cosa succede adesso?”. Domando. “Padre, abbiamo un regalo per lei nel portapacchi del furgoncino. È un mendicante che l’uragano della notte ha portato giù nel torrente insieme al materasso, una grossa spugna. Non ha nessuno, è anziano, trema per il freddo dell’acqua di cui è inzuppato”. Rimango sconcertato e se non fosse stato per quell’abbraccio di vent’anni fa del Giuss, di Alberto, di Massimo, di Carron, avrei fatto come tutti, preti e non preti: scusate, ho da fare, ha la processione, ho la regola della casa, ho un programma, sono il parroco … e chi più ne ha più ne metta. Ma quell’abbraccio di vent’anni fa, quelle famose parole “come darebbe bello, Aldo, che qualcuno ti facesse compagnia quest’estate!” Alle quali io avevo risposto: “Ma dove, Giussani, trovi un uomo e meno un prete, che hanno sempre da fare, disposto a fare compagnia a questo derelitto?” E lui: “bene, ti porto con me.” … mi sono subito arreso e ho detto ai padri: “Andate voi alla processione, celebrate voi la Messa e io mi prendo in casa questo povero Cristo. Sì questo povero Cristo, perché di Cristo si tratta, - scusate se è una bestemmia – più Cristo di quello della liturgia”. L’ho abbracciato e baciato e poi mi sono inginocchiato davanti a lui, ho pregato. Non poteva credere ai miei occhi. Ho visto me in lui, ho visto il mendicante che sono in lui. Ho abbracciato Cristo, ho adorato Cristo. Poi l’abbiamo subito rifocillato, lavato e dato una stanzetta. Ippolito da subito è diventato un altro. Ha sorriso, capite, ha sorriso. Sono passati otto giorni. Ebbene quell’uomo è oggi la pietra angolare della nostra casetta-famiglia per anziani abbandonati, uomini. Già c’era quelle delle donne. Oggi è nata la casa “S. Gioacchino”. Arredata a nuovo, bellissima, come nessuna casa dove ho vissuto in 62 anni. Una gara di generosità di persone, commosse da Cristo, ha fatto il miracolo della seconda casa per anziani. Iniziamo lunedì con tre e poi altri tre. Sei in tutto. Niente di programmato, di ipotizzato. Ma Dio, il Mistero non programma. È l’imprevisto per eccellenza. È un Avvenimento. La realtà, se la guardo, mi risponde in ogni istante. Obbedire alla realtà è il mio dramma quotidiano, perché la realtà non solo non mi lascia mai tranquillo, mi scompone i piani, ma grida: Egli è qui, non lo vedi? Mi rende familiare il Mistero. Molti mi dicono che sono imprevedibile, incontenibile. E che posso rispondere se non indicando che non sono io che me le cerco, ma è la realtà che indica il cammino. Ma la realtà è sempre provvidenziale. Così mentre Ippolito dormiva il giorno delle Palme nella Messa delle 19, la Provvidenza mi ha ringraziato del gesto del mattino. Come? Si avvicina un grande industriale e mi dice: dimmi di cosa hai bisogno per il nuovo ospedale, per la nuova casetta di Betlemme e te la darò. Avviso l’ingegnere che gli manda una mail: per iniziare a chiudere la parete della clinica abbiamo bisogno di 150.000 mattoni etc. etc. Il giorno dopo già i primi camion sono arrivati. Ma la provvidenza non si è fermata qui. La stessa domenica, alle 22 Padre Paolino riceve una telefonata. È il tesoriere: “Padre Paolino nella colletta c’è un assegno di 5.000 dollari intestato a Padre Aldo, firmato Enzo”. Paolino mi lascia dormire, ma il giorno dopo la prima cosa che fa è “guarda …”. Mi sono commosso: era lo stesso dei mattoni.

Amici: “Credi tu questo?”. Da vent’anni ogni giorno, ogni stante per me questa è l’unica domanda vera, umana, seria ed economicamente intelligente. Lo capissero i Bocconiani! Ma che importa: Ippolito adesso è contento e grazie a lui è nata la seconda casetta per anziani e altri mendicanti saranno felici, ed altri avranno lavoro. Il tutto accaduto la domenica delle Palme in cinque minuti che hanno “disordinato” l’ordine, il programma di tre preti pronti per la processione.

Padre Paolino, ironico come sempre: “ma per noi l’unica … che ci interessa e da cui dipendiamo è l’imprevisto!” un disordine continuo che crea un ordine che impressiona. Ma è la realtà che è così. Il problema è che per noi l’ordine coincide con i nostri buoni pensieri e non con il guardare ciò che la realtà ci indica. Ma per guardare la realtà così o si è come “le scolte di Assisi” o è impossibile.

Un abbraccio,
Padre Aldo

mercoledì 8 aprile 2009

Come trattiamo Cristo, così trattiamo la realtà

Come trattiamo Cristo, così trattiamo tutta la realtà [Se "la realtà è Cristo" quest'affermazione dovrebbe essere evidentissima]"

E' una cosa terribilmente vera! Trattate vostro padre, vostra madre, la vostra ragazza, lo studio, voi stessi, la gente che incontrate, la compagnia, la natura, il tempo quando vi alzate al mattino, tutto questo noi trattiamo come trattiamo Cristo, cioè come trattiamo quella Presenza.(...) Sarebbe interessante dettagliare, perchè quello che ci impedisce (katekon) di trattare bene quella presenza è lo stesso atteggiamento che ci impedisce di trattare bene la donna a cui si vuol bene, il padre, la madre, nonostante tutte le apparenze: è un incadaverarsi, è un insepolcrarsi nella nostra misura. (...) E tu non tratti la tua ragazza che così, non abbordi il problema dello studio che così, non ti spalanchi a quella Presenza. (L. Giussani, Uomini senza patria, pag.130 e ss)


Quella Presenza è la Presenza di Cristo, origine, consistenza e fine di ogni cosa, di ogni persona, di ogni circostanza. Ma siamo inconsapevoli o dimentichi di questa grande Presenza.
E il risultato è la disumanità dei nostri rapporti e della nostra quotidianità...

Brevi considerazioni sulla leggenda della "Vera Croce"

Una delle più celebri leggende della cristianità medievale è quella cosiddetta dell’Albero, che narra la storia mitologica dell’Albero del Bene e del Male, ossia l’Albero della Caduta, dal quale viene infine tratto il legno della croce di Gesù, ossia l’Albero della Redenzione.
E’ noto che i primi cristiani, specialmente Paolo, sviluppano una particolare forma retorica, la cosiddetta antitypos (prefigurazione), intesa a dimostrare che la figura di Gesù, considerato il Cristo, il messia, dava compimento alle profezie della Bibbia ebraica, e quindi a reperire personaggi appunto prefiguratori di Gesù nell’Antico Testamento. Lo sviluppo della leggenda dell’albero, che espone una continuità tra l’albero della caduta e l’albero della riconciliazione e salvezza, rappresenta un’evidente ricalco del rapporto istituito da Paolo di Tarso tra Adamo e Gesù, ed attinge ad una leggenda popolarissima nel Medioevo, quella della “leggenda dell’Albero”. Opere apocrife, fra cui il Viaggio di Set in Paradiso, assai popolare nel Medioevo, raccontano di come Adamo, dopo la Caduta, inviasse il figlio Seth a chiedere consiglio per la via di salvezza. Gli vennero dati dei semi del pomo fatale mangiato dai progenitori. Seth li piantò, dando inizio ad una successione ininterrotta di alberi discendenti gli uni dagli altri. Questa generazione ininterrotta di alberi si trasmette attraverso i patriarchi, per giungere sino all’epoca salomonica, nella quale l’ultimo discendente arboricolo della pianta del peccato originale risulta inadatto alla costruzione del Tempio di Gerusalemme, immagine simbolica dell’incapacità del giudaismo di essere autentica religione di salvezza. L’albero che non può essere adoperato per la costruzione del grande tempio è posto nel medesimo, per ordine di Salomone. Da qui, dopo un evento prodigioso, di cui esistono diverse versioni e fra le quali una è rappresentata dall'’intervento della regina di Saba, profetizzante l’avvento del Messia, è gettato nella piscina probatica, che acquista facoltà guaritrici. In seguito, questo albero sarebbe stato quello su cui Gesù avrebbe subito la crocifissione. Questa leggenda è presente anche in un racconto latino, il quale è sicuramente anteriore al secolo XIII e che ottiene un successo immenso
Tassello di questo ciclo leggendario è la probatica piscina. Origine della credenza in questa vasca è senz’altro un episodio ricordato nel vangelo di Giovanni, ove si parla di un miracolo operato da Gesù che guarisce un paralitico. In questo episodio si riferisce di una piscina, all’interno delle mura di Gerusalemme, nelle cui acque scende, ciclicamente, un angelo, risanando coloro che si trovino in mezzo alle sue acque. Da questo racconto evangelico la cristianità ha elaborato l’immagine di una piscina resa miracolosa dalla presenza, al di sotto della sua superficie, di una parte del legno che era stato quello dell’Albero della Caduta e che sarebbe stato quello dell’Albero della Redenzione.
Come ha mostrato il grande storico delle religioni Mircea Eliade nel suo “Trattato”, la leggenda della “Vera Croce” riprende in forma cristiana archetipi e temi antichissimi ed, a detta dell’Eliade, praticamente universali, incentrati sull’idea dell’Albero cosmico (axis mundi) che è un tramite di unione e comunicazione fra le varie dimensioni del creato.
Una variante di tale complesso simbolico è l’altra leggenda riguardante la nascita delle piante medicinali dalla Croce. In termini generali, nessuna pianta, nella mentalità mitologica, viene considerata preziosa, nel caso specifico curativa, di per sé, ma per la sua partecipazione ad un archetipo, inteso nel senso di “vicenda, modello esemplare d’origine soprannaturale”. La pianta possiede un prototipo celeste, o deriva la sua sacralità, ossia le sue qualità positive, dalla sua partecipazione ad una vicenda divina. Nel folklore europeo, ciò si realizza nelle credenze che mostrano la nascita delle erbe medicinali sul monte Calvario, ai piedi della Croce o sul legno medesimo. Si attribuisce l’efficacia di queste piante sia al tempo in cui sono comparse, sia al fatto di aver guarito le ferite di Gesù
La leggenda della croce assomiglia all'allegoria del Lignum Vitae (1257-1274) di Bonaventura. In questa allegoria viene raccontata la vita di Cristo in tre fasi: l'origine, la passione e la gloria. Bonaventura usa lo schema esegetico dell'albero della vita Ogni stadio ha quattro fiori con ciascuno quattro frutti, rappresentanti le meditazioni che vanno "assaggiate”. Il Lignum Vitae di Bonaventura fu nel 1305 l'ispirazione per l'Arbor Vitae Crucifixae di Ubertino da Casale (1259 - dopo 1328), che adopera l'albero della croce come schema esegetico. L'uso dell'albero come schema didattico e/o esegetico per l'apprendimento o per la meditazione non era nuovo ai tempi di Bonaventura e Ubertino da Casale. L'albero era un diagramma enciclopedico prediletto per l'organizzazione del sapere di ogni tipo. Anche le figure dì Gioacchino da Fiore (1130-1202), importante figura d'ispirazione per Ubertino, erano alberi. La differenza è che Bonaventura e Ubertino utilizzano il diagramma nel contesto della passione di Cristo, congiungendo in questo modo l'albero enciclopedico con quello teologico.
L’ordine francescano contribuù all’affermazione del culto della “Vera Croce” anche in altri modi. Anzitutto, a partire dal 1342 i francescani svolsero il ruolo di custodi (Custodes) dei luoghi santi in Gerusalemme cioè della chiesa del Santo Sepolcro, la grotta della nascita in Betlemme e la tomba di Maria nella valle di Giosafat. Inoltre, è proprio nell’ambito dei Minoriti che si diffuse fortemente una forma di religiosità di tipo cosiddetto “devozionale” ed “affettivo”, che sboccherà nei secoli XIV-XV nella vera e propria “mistica della Croce” e mystica Passionis. Sebbene il culto della Croce e della Passione sia antico quanto il cristianesimo, pure l’accentuazione del suo ruolo e l’elaborazione di un pensiero teologico ed una “mistica” incentrati su di essi costituiscono un fatto piuttosto innovativo rispetto al passato.
In questo contesto, l’arrivo di numerose reliquie provenienti dall’Oriente cristiano in seguito alle Crociate contribuì alla diffusione di una religiosità maggiormente legata al pathos, all’emotività ed alla figura del Christus patiens.

Confessione di un italiano

Il devastante terremoto in Abruzzo fa capire quanto sia importante poter contare su uno stato forte, unito e coeso, alle proprie spalle. E perchè uno stato possa essere tale, e possa affrontare con serenità anche le disgrazie cui può andare incontro, deve eliminare le sacche di sprechi, i privilegi e le inefficenze esistenti al suo interno; deve inoltre poter contare su entrate consistenti, certe e sicure, che le possono venire solo da tasse, imposte, e contributi vari.
Un buon cristiano, consapevole di ciò, deve contribuire onestamente ai bisogni ed esigenze dello stato.

La Pasqua è una tappa importante nella vita di ogni buon cristiano; egli è anche consapevole che, stando al precetto della chiesa, si deve confessare almeno una volta all'anno e comunicarsi almeno a Pasqua. Per molti cristiani è dunque l'occasione per aderire al precetto, tirare le somme e fare i conti con la propria coscienza.
Chi conosce l'autore del presente, sa che ha ripreso da poco a frequentare assiduamente la chiesa, dopo anni di assenza, anche se non tutta imputabile a propria volontà; e quindi, anche costui si trova esattamente nella situazione descritta; e, se vorrà, dovrà anch'egli tirare quelle somme.

Poichè lo stato ha bisogno di quelle entrate e può garantirsele solo attraverso l'imposizione di tasse, volute, studiate e modulate da un parlamento votato democraticamente a maggioranza, ogni buon cristiano deve chiedersi se, dall'ultima confessione, è stato onesto e corretto con lo stato. Stiamo tutti assistendo agli sforzi dello stato, per prestare i necessari soccorsi alle popolazioni terremotate, e possiamo anche immaginare i costi che esso dovrà poi sopportare per la ricostruzione di abitazioni per quelle popolazioni martoriate.
Quando gli fu sottoposto il quesito trabocchetto, Gesù rispose che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Quanti sono i buoni cristiani che hanno dato correttamente allo stato tutto quanto gli era dovuto? Io credo siano in pochi. Basta infatti la pur minima spesa fatta senza richiedere l'emissione dello scontrino fiscale che si diventa complici di evasione, facendo così diventare peccatore anche il trasgressore. E anche se taluni non sentono d'aver commesso un peccato, perchè atei, laici, agnostici, anche tra costoro, quelli dotati di maggior sensibilità, vi è chi sente d'aver commesso una irregolarità. L'agnostico, soprattutto, perchè abituato più di altri all'introspezione e a scavare dentro di sè per cercare risposte ai grandi quesiti della vita, sente più di altri il peso delle trasgressioni.

Ma a fare da contrapposizione, da contraltare, a quel genere di peccato, ce n'è un altro ben più grave, perchè preso spesso a scusante per giustificare questo: è il peccato di lassismo, assenteismo, negligenza, e quantaltro in cui cadono spesso lavoratori del settore pubblico, tra i quali vi sono certamente cattolici, che quindi peccano. E se c'è un ministro, Brunetta, che stà impegnando anima e corpo su questo fronte, affermando inoltre che ci sono un milione di esuberi sfaccendati, alla fine una parvenza di verità sulla questione ci deve pur essere. E se poi aggiungiamo gli sprechi perpetrati nelle scuole pubbliche, fronte sul quale è impegnata alacremente la ministra Gelmini, non è difficile imputare quest'altra forma di peccato a chi compie tali atti di spreco. E se aggiungiamo che chi compie quel genere di peccato è anche privilegiato, rispetto i cittadini normali, perchè non corre mai rischio di perdere il lavoro, nemmeno in tempo di crisi come questo, chi si rende colpevole di tal genere di peccato è come se ne commettesse due.

E mettiamo anche il caso di quei dopolavoristi o cassintegrati che svolgono attività in nero nel dopo lavoro o approfittando della condizione privilegiata di cassintegrato, al peccato di evasione fiscale si aggiunge quello di truffa ai danni dello stato, perchè percepisce impropriamente un'indennità che serve ad aiutarlo.

Per farla breve, e per chiudere il cerchio, in tutto questo c'è però anche lo zampino dello stato perchè non consente ai cittadini di poter scalare dalle tasse le spese sostenute per la manutenzione ordinaria di una casa. Ma questa è un'altra storia.

E con ciò, Auguro Buona Pasqua a Tutti.

domenica 5 aprile 2009

LA SINDONE E I TEMPLARI

La scoperta L'autrice lavora nell'Archivio segreto della Santa Sede
La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»

CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».

Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio segreto vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».

Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».

Gian Guido Vecchi
05 aprile 2009

Joshua, il mio nuovo figlio


Conoscete Padre Aldo Trento?
E' un missionario andato in Paraguay in missione nonostante la sua fortissima depressione, che non gli è passata, ma non gli impedisce di essere un uomo straordinario.
Ad Assunciòn ha creato una struttura che si occupa di malati terminali e di persone abbandonate e sta facendo davvero delle meraviglie, come potrete vedere cliccando qui: http://annavercors.splinder.com/tag/aldo+trento

e qui:

http://it.youtube.com/watch?v=1c-9tzuqJa0

Dal Paraguay manda agli amici italiani diverse mail per raccontarci quello che succede. L'ultima mail arrivata è questa:


Carissimi amici,

"Se non fossi tuo, o Gesú mio, sarei creatura finita" scriveva S. Gregorio di Nazianzio.

Arriva la settimana santa. Gesú crocifisso mi ha regalato la sua persona sofferente.

Guardartelo il mio piccolo crocifisso. Si chiama Joshua. É nato di appena di 6 mesi. Ed ora ne ha quattro. La mamma é morta. Il papa qui non esiste. É il mio nuovo figlio.

Dolorosamente é in ospedale. É idrocefalico, desnutrizione di 3º grado e infezioni varie, etc. Soffre, soffre... per me e per te.

Guardalo se mi vuoi bene, é davvero Gesú nelle croce. Il mio cuore é rotto ma in pace.

Senza questo mio bambino il mondo sarebbe ancora piú brutto. Ma Gesú é risorto e il mio Joshua ne é la evidenza. Lo consegno a voi perché vi aiuti a vivere la settimana santa.

Con affetto

P. Aldo.


La foto di Joshua la potete vedere in alto a destra (non sono riuscita a spostarla dove volevo io, per il momento...)

venerdì 3 aprile 2009

Il piacere di aggredire il Papa senza capirne il messaggio

1. La esibita, e sempre più acuta, inintelligenza dell’intelligencija nei confronti dell’azione di Benedetto XVI, ha buona materia su cui esercitarsi in questi giorni. Ma debbo partire partire da più lontano. Osservavo, già nel settembre 2006 (cfr. http://www.chiesa.espressonline.it/ 22 settembre ), come vi fosse un taglio inconfondibile nella importante lezione di Benedetto XVI nell’Aula magna dell’Università di Regensburg: la decisione di non evitare la pars critica entro un disegno dialogico.
E sottolineavo come la profonda visione strategica di papa Benedetto sembrasse operare ad integrazione del magistero di Giovanni Paolo II, proprio usando quel discernimento sui temi della verità e della ragione che Joseph Ratzinger cardinale aveva esercitato, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui disastri teologici maturati entro la Chiesa postconciliare. Un’opera difficile, poiché derive e squilibri nell’intelletto cattolico avevano indotto errori antagonistici, ad esempio nella estesa, differenziata, area delle reazioni “tradizionalistiche”.Che il discernimento e la sanzione dell’eccesso dovesse essere inteso come leale, fattiva, premessa all’incontro è risultato dagli atti successivi di Benedetto. Poiché la storia cattolica precedente il Concilio Vaticano è il vitale orizzonte dello “spirito” del Concilio stesso e della sua realizzazione - “realizzazione” che molti estremismi hanno vissuto invece come incompatibile col passato - gli atti di pace iniziano necessariamente dalle aree di sofferente, anche se troppo esibita, ortodossia “tradizionale” che si richiamano alla storia preconciliare. Solo un “uso politico del Concilio”, non la sua dottrina, ha declassato sotto il pretesto della “rottura” conciliare, e respinto ai margini della vita cattolica, secoli di vitale, autentica Tradizione. La riabilitazione di stili, sensibilità e forme della storia cristiana intende agire, in Benedetto, come paradigma stabilizzatore delle derive centrifughe, della frammentazione soggettivistica, che operano non solo nelle “sperimentazioni” avanzate, ma anche nella pastorale corrente. La stabilizzazione esige, però, che quello che ho chiamato “uso politico” (ecclesiale) del Concilio divenga consapevole del proprio eccesso squilibrante, della propria parzialità; e ne tragga conseguenze autocritiche. Così l’obiettivo della “riconciliazione interna nel seno della Chiesa” diviene parte di un più ampio intervento medicinalis per la chiesa universale.
Le stesse rare, ma violente, reazioni negative al motu proprio Summorum pontificum confermavano senza volerlo l’urgenza dell’azione “medicinale” di papa Benedetto. Ho sottolineato in più occasioni che, come l’attenzione alla integrità della storia liturgica cattolica, anche la nuova apertura alla fraternitas San Pio X è ordinata a ricondurre la vita cattolica alla sua essenziale natura di complexio. La nuova dignità delle comunità “tradizionali” nella Chiesa cattolica di oggi opera da correttivo, se non da risarcimento, di un’indebita frattura pratica e, prima ancora e più gravemente, ideologica consumata nel recente Novecento (contro la stessa Costituzione Sacrosanctum Concilium) con la cancellazione di fatto dello spirito liturgico, quasi lasciando intendere ch’esso fosse diventato “inattuale”.
Si tratta dunque, per Benedetto XVI, di assumere il rischio di indicare opportune et importune l’eccesso, quando dottrine e condotte oltrepassano soglie estreme di tollerabilità. Da ciò, ogni volta, degli scandala, previsti e non previsti, ma opportuni nel disegno di Dio. Che si tratti dell’intenso confronto con l’Islam, o della dedizione al dialogo con gli ebrei (una riconciliazione, una Versöhnung, grande tema della teologia tedesca, nella chiarezza del peculiare compimento in Cristo), o della cura per l’unità della Chiesa nell’unità della tradizione vivente; o che gli esprima ad extra una critica alle politiche preventive dell’AIDS in quanto esse colpiscono, come effetto sottovalutato o imprevisto, estesamente e profondamente la cultura della sessualità procreativa.
In effetti, i contingenti scandala e il loro sofferto superamento portano a coscienza, entro la Chiesa e tra Chiesa e istituzioni internazionali, proprio le soglie critiche che il cammino di Pietro, e la sollecitudine di Roma, attraversano carismaticamente.
2. “Condurre gli uomini verso il Dio che parla nella Bibbia” (non un dio qualsiasi), priorità suprema della Chiesa e del successore di Pietro, dunque. Questa la missio e questo l’orizzonte, ritornanti anche nell’intervista “concessa ai giornalisti durante il volo verso l’Africa” (17 marzo u.s.). Il Papa ha detto, solamente: "Non si può superare questo problema dell'AIDS solo con il soldi, che sono necessari, ma se non c'è l'anima che sa applicarli, non aiutano; non si può superare [il problema dell'AIDS ] con la distribuzione dei preservativi: al contrario, il rischio è aumentare il problema". Siano di fronte, rigorosamente parlando, ad un argomento contro le politiche e le antropologie del preservativo, non ad una ulteriore argomentazione del divieto del profilattico.
Il dato dell’intrinsece malum delle pratiche contraccettive ovviamente resta, nel quadro di discussioni teologico-morali e di duttili prassi pastorali (non dico “misericordiose”, perché non vi è maggior equivoco che considerare “misericordiosa” solo la remissione della pena; misericordioso è anzitutto il dono della Legge di Dio). Credo si possa dire che 1) tutta una serie di stati di necessità (per i quali sarà utile la ripresa in teologia morale, e nella formazione del confessore, del metodo casistico) operano come scusanti o scriminanti caso per caso, e che, in foro interno, i confessori si comportano lecitamente di conseguenza; 2) la coscienza bene ordinata assume, comunque, a proprio carico la illiceità di una condotta e la condizione “attuale” di peccato (ciò che ha rilievo, anzitutto, è che la coscienza sappia di non poter rivendicare alcun "diritto alla trasgressione" di fronte a Dio, ma che si deve appellare alla Sua misericordia).
La preoccupazione del Papa in quella breve frase non è, comunque, teologico-morale ma antropologica (dunque di diritto naturale). Si tratta di ricordare opportune et importune che la diffusione dei metodi anticoncezionali non “libera”, se non nell’immediato e superficialmente, la sessualità umana, e nel tempo la colpisce a morte in quanto umana. Annientare la stessa eventualità, quindi la corrispondente responsabilità, procreativa in una cultura umana è favorire su larga scala la “neutralizzazione” dell’accoppiamento, fuori da un quadro di valore, contro la forma - profonda e costante nelle società - della sessualità regolata da un Nomos. Né si tratta solo di un esercizio regolato della sessualità da parte degli individui, ma un Ordine che, non secondariamente, porta con sé un primato del pudore e, spesso, l’eccellenza (in condizioni elettive) della verginità e castità. Promiscuità (anche programmatica), assenza di regole, casualità e banalità dell'atto sessuale, come l’allontanamento o l’eccezionalità della procreazione, portati a sistema investono invece la coppia umana e il nodo paternità/maternità nella loro essenza.
Certo, nel caso della diffusione dell’AIDS, siamo in un vero e proprio stato di necessità. Non per questo va da sé, cioè senza critica, un intervento grossier di “riduzione del danno” su scala continentale. Vi è un’analogia col modo sbrigativo e cinico (“almeno non prendono malattie”, quasi fosse problema più importante per l’uomo) con cui su scala minore in Europa, per le strade e magari nelle scuole, si mettono i profilattici a disposizione e incentivo dei fruitori del sesso occasionale, vero servo della pulsione. In ciò risiede, su piccola e grande scala, il “rischio di aumentare il problema”!
Con intensificazione e assuefazione alla sessualità senza criterio aumentano a dismisura, anche indipendentemente dai margini di insicurezza del mezzo profilattico, le occasioni del cammino dell'infezione da una mucosa potenzialmente infestante ad altre. Mentre l’ideale copertura strumentale di un’intera società dai rischi di infezione da HIV separerebbe, in essa, la sessualità dalla fecondazione, lasciando quest’ultima per intero alle tecniche procreative assistite. Questa sì una situazione di surroga e dominio da parte della Techne, non la protezione di un essere umano da derive eutanasiche.
(Su Repubblica del 19 marzo Adriano Sofri osserva che l’argomento della indesiderabilità morale-culturale di un uso generalizzato del profilattico dovrebbe implicare anche la non desiderabilità di un vaccino anti-AIDS, perché l’immunizzazione condurrebbe allo stesso effetto. Ma non è così. L’immunità ridefinisce una normalità; l’emergenza vita/morte non preme più sulle istituzioni che regolano la sessualità; dal praticabile/impraticabile (senza rischio) si ritorna al lecito/non lecito. Può essere, allora, ridotto di molto o abbandonato l’uso dei profilattici per una opzione favorevole alla procreazione; si esce dalla loro dipendenza, direi dalla loro sovranità anche simbolica).
L'opposizione classica alla propaganda anticoncezionale si è attenuata nel tempo solo perché appare un "minor male" di fronte all'imbarbarimento (alla ri-animalizzazione) dell’intimità e della sessualità. Ma oggi la critica di un Papa alla generalizzazione dell'uso del preservativo perché un continente cessi disturbarci con i suoi problemi, manifesta con giusta traumaticità (secondo il metodo di Benedetto XVI) la integrale sollecitudine della Chiesa per l’Africa, e per ogni uomo. L’intelligencija che giudica il Papa in questi giorni non ha più orizzonte del funzionario degli organismi internazionali addetto a compilare le bolle di spedizione delle partite di preservativi. Eppure questa è l'antropologia implicita di chi, propagandando profilattici, si preoccupa della salute (com’è doveroso) di una popolazione – ma solo demograficamente intesa e nel disinteresse per la sua qualità e peculiarità di cultura umana, per la sua concezione della vita, della relazione e della generazione, che certamente appartengono, e non solo nelle culture africane, all'ordine del Sacro. In Europa, ripetiamolo per l’ennesima volta per vedere se entra nelle teste, non vi è la preoccupazione che l’uomo contemporaneo smarrisca il significato trascendente del corpo proprio a vantaggio della cura di sé come mera sussistenza/sopravvivenza di una macchina biologica efficiente e desiderante (desiderante il niente, nel vuoto di significati). Il Papa, la visione cristiana dell'uomo integrale, si oppongono alla automatizzazione di questa “cura” (care) passiva-preventiva per i corpi. Essa può valere solo caso per caso nella responsabile valutazione di chi ne ha autorità; eccezione dunque, di fronte ad assoluta necessità; non regola né tantomeno visione dell'uomo e del suo bene.
La cura cristiana integrale è altra: "rinnovare l'uomo interiormente, (...) dare forza spirituale umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell'altro [che la regolare protezione contraccettiva può permettersi di ignorare], e [la indiscutibile] capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente [da parte della Chiesa, e non guidare ben da lontano grossolane politiche sanitarie] nelle situazioni di prova".
3. La sprungbereite Feindseligkeit, quel piacere di aggredire, che attende solo l’occasione per esprimersi, e che il Papa coglie, senza complimenti, nei suoi critici, ha di nuovo tradito molti in questi giorni, ed anche Adriano Prosperi (Il tabù del Pontefice, in La Repubblica, 18 marzo u.s. che tratta anche della bimba brasiliana stuprata dal patrigno e della scomunica). Supponendo, evidentemente, che alcune considerazioni inconsuetamente moderate del suo articolo non avessero abbastanza sale per i lettori, Prosperi deve terminare il pezzo con il topos della “durezza disumana della condanna ecclesiastica”, quando egli sa benissimo (non i suoi lettori, magari – ma tanto peggio per la sua responsabilità di studioso) quale sia il senso e la ratio di una scomunica. Questo topos è preceduto da una domanda: “Cosa accadrà per chi usa il preservativo”, che suona molto “gotica”; Prosperi vuole prospettarci qualche scenario da auto da Fé? Lo studioso conosce come conosco io la prassi della pena canonica e il legittimo e costante uso dell’epicheia, nonché la vitale dialettica cattolica di peccato, remissione, grazia. Inoltre, poiché accosta uso di un profilattico (ordinato, nel caso che discutiamo, ad impedire la trasmissione del virus) all’aborto (il caso brasiliano), dovrebbe sapere che si tratta di atti di diversissima gravità e diversamente sanzionati.
Adriano Sofri (su Repubblica di oggi 19 marzo), che ho già citato, non sa cosa sia scomunica; pensa che “scomunica misericordiosa” sia un ossimoro. Ma, con la stessa impazienza di “governi e istituzioni internazionali”, vede “offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e volontari”, il che è semplicemente falso, come spiegato. Ma Sofri non leggerà opinioni diversa dalla sua; ritiene di sapere già perché e come molti commenteranno favorevolmente gli acta di Benedetto XVI. Non ha dubbi ad associare, sapendosi in buona compagnia, la “durezza della Chiesa, che a volte sembra ottusità, a volte cattiveria”, con una “malattia inguaribile della società italiana”, un’ombra sulla nostra storia. Non è migliore il suo giudizio per il caso Welby, o per i pagani e sanfedisti che “confiscano i corpi dei sudditi”, e intende uomini e donne che hanno formulato e stanno difendendo in Parlamento la legge sul fine vita. Spiace che sotto tanta enfasi non vi sia quasi nulla.
Ma anche la conclusione “femminista” dell’articolo di Prosperi va veramente a vuoto. Secondo lui, l’anima della bambina brasiliana o della donna camerunese sarebbero per la Chiesa, per di più in quanto donne, meno importanti di quella di un vescovo negazionista. Sia la censura canonica latae sententiae (da cui non è stata colpita, ovviamente, la piccola Carmen; eventualmente sua madre, certamente i medici in quanto coscienti e contumaci) da parte della Chiesa, sia la chiara indicazione di una condizione di peccato, sono al contrario medicina, nel primo caso, e guida del fòro della coscienza, nel secondo, proprio e solo in vista della salvezza delle anime. Per di più Benedetto XVI non ha parlato degli individui, destinatari oggi di cura e amore, quanto degli effetti aggregati delle politiche del preservativo. Possibile che una persona intelligente e dotta, che conosce la tradizione dottrinale e spirituale cristiana, creda veramente (alla stregua del laico più sprovveduto e di qualche teologo d’accatto) che si provveda alla salus animarum e all’integrità dell’uomo nascondendo o derubricando il peccato? Come se qualcuno volesse salvarci dai rischi mortali della strada togliendo i cartelli di incrocio pericoloso e annullando le fattispecie di reato previste dal Codice! Ed è plausibile che intellettuali della mia generazione, educati austeramente come ancora avveniva nell’Italia postbellica, possano allinearsi al piagnucolio postmoderno sulla “cattiveria”, la “inumanità” di un’autorità che tangibilmente ama, protegge e sanziona, e sanziona perché ama? Un’autorità che ripete questo senza sosta, come si può verificare nella maggior parte dei testi, spesso bellissimi, di Benedetto XVI, e è vissuta come tale dagli africani che la accolgono in questi giorni.
(Quanto poi al tic Williamson - il senso della scomunica ai vescovi lefebvriani e della sua remissione sono offerti alla riflessione di chi voglia riflettere - valga quanto ho scritto altrove [
www.chiesa.espressoline.it 17 marzo 2009] sulla automatica, e strumentale, costruzione del capro espiatorio).
La Chiesa, che Rémi Brague ha detto profondamente (in occasione del VI Forum del Progetto Culturale della CEI, nel 2004) essere la sola capace di conservare oggi alla ragione gli orizzonti del bene, del vero e dell’essere, ha il compito di chiarire l’errore radicale di chi confonde il Bene col (problematico) “star bene” della nostra animalitas.
Gli organismi internazionali facciano in Africa ciò che debbono, peraltro nella quotidiana contiguità e integrazione con l’azione della Chiesa; ma non usino il dramma africano per fare delle culture dell’Africa una imitazione dell’Occidente invertebrato e della sua anomia (non di tutto l’Occidente, però, poiché per sua fortuna e per disegno divino, la sofriana “ombra dell’eccezione cattolica” non lo abbandona). Proseguiva Benedetto XVI rispondendo a Philippe Visseyrias di France2: “La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità (…), e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità (..) ad essere con i sofferenti”. In una simile integrità assiologica, non nella burocrazia del preservativo, può essere scusata o scriminata l’adozione di una tecnica impeditiva, imposta (e solo in quanto imposta) da uno stato di necessità.
di
Pietro De Marco
20 Marzo 2009
link:

http://www.loccidentale.it/articolo/il+piacere+di+aggredire+il+papa+senza+capirne+il+messaggio.0068240